• sessuologo
    Nessun problema può essere risolto allo stesso livello di pensiero che l'ha creato.

    Albert Einstein
  • sessuologo
    Non c'è nulla di più pratico di una buona teoria.

    G. Bateson
  • sessuologo
    Non dominerai mai la montagna, ma alla fine della scalata imparerai a dominare te stesso.

    J. Whittaker

Bulimia: il cibo come Amante Segreto in un amore tossico

Bulimia Pescara

La bulimia è uno dei più importanti disturbi del comportamento alimentare, come anche l’anoressia. Entrambi, purtroppo, oggi sono molto diffusi tra gli adolescenti.

L’etimologia della parola, che deriva dal greco boús-bue e limόs-fame, ossia “fame da bue”, indica le frequenti abbuffate da parte delle persone che sono capaci di introdurre nel proprio corpo fino a circa 4000 calorie con un solo pasto. Il primo studioso che si interessò di questo specifico disturbo fu lo psichiatra Gerald, nel 1979.

Oggi, chi più chi meno, è ossessionato dal cibo, dalle diete, dal dimagrimento come valore e parametro di successo. Il confine tra patologia e normalità è già di per sé molto labile.

Purtroppo, la “cattiva abitudine” culturale è quella di intervenire su un problema quando raggiunge dimensioni importanti, dopo che si è tentato tutto, senza inquadrare la situazione nel modo corretto.

Non per colpa tua sia chiaro, ma perché oggi riceviamo miliardi di consigli su come comportarsi e proposte o soluzioni di ogni tipo, che però non agiscono al livello giusto.

Le diete, ad esempio, sono di per sé un generatore del problema nel caso della bulimia. Proprio mettersi a dieta può essere un modo di diventare bulimici e in ogni caso alimentano un rapporto conflittuale con il cibo e con il proprio corpo.

La difficoltà sta nell’equilibrio tra piacere e controllo, due parole che messe insieme cozzano abbastanza e se messe in contrapposizione possono creare dilemmi irrisolvibili:
meglio essere magri o godersela?

Ecco una trappola estremamente potente e moderna che parte da una domanda che ha in sé innumerevoli presupposti errati.

Nella sua declinazione patologica più forte, le persone bulimiche giungono ad un bisogno incontrollato di ingerire, o meglio di fagocitare, spropositate quantità di cibo, per poi eliminarle attraverso il vomito autoindotto, l’utilizzo eccessivo di lassativi (enteroclismi) e diuretici, o l’impiego di purghe. I pazienti hanno letteralmente paura di ingrassare, ma allo stesso tempo non riescono a controllare i propri impulsi. Ingurgitano cibo senza neanche vedere che cosa mangiano, senza sentire i sapori degli alimenti; si tratta solo di un gesto compulsivo, incontrollato e meccanico.

Di solito le persone che soffrono di bulimia possono diventare esperte nell’autoindursi il vomito, mediante l’uso delle dita o di altri strumenti per stimolare il riflesso faringeo.

Dopo una crisi bulimica, subentra, quasi sempre, un forte senso di colpa o di autosvalutazione.

Secondo le ultime statistiche, sembra che la bulimia colpisca più del 3% delle donne italiane, soprattutto ragazze adolescenti, tra i 16 e i 20 anni. Purtroppo, non mancano casi di bulimia precoce, riguardante i pazienti più giovani, che hanno un’età compresa tra i 10 e i 14 anni.

Le abbuffate avvengono, di solito, due volte a settimana, sempre in modo nascosto, come se il paziente si sentisse colpevole dei propri gesti: un vero e proprio atto peccaminoso.

Le crisi possono durare dai 15 minuti alle 4 ore. Attraverso i lassativi, un eccessivo esercizio fisico e il digiuno, le persone bulimiche pensano di poter raggiungere la propria forma ideale e di poter, allo stesso tempo, soddisfare il proprio bisogno convulsivo di cibo.

Secondo il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5, 2014), vi sono diversi livelli di gravità del disturbo, in base alla frequenza delle condotte di eliminazione, messe in atto dal paziente:  

  • Lieve: da uno a tre episodi a settimana;
  • Moderato: da quattro a sette episodi a settimana;
  • Grave: dagli otto ai tredici episodi a settimana;
  • Estremo: dai 14 episodi in su, a settimana;  

Le conseguenze della bulimia nervosa possono essere molto serie: non dimentichiamo che l’uso improprio di lassativi, può causare gravi alterazioni elettrolitiche con l’insorgenza di complicanze renali e di gravi aritmie. Le donne bulimiche, spesso presentano il ciclo mestruale irregolare e talvolta anche problemi di amenorrea.

Quali sono le possibili cause?

Secondo il DSM V i fattori di rischio possono essere di tre tipi:

  • Fattori temperamentali: una bassa autostima, la depressione, i disturbi ansiogeni e un’eccessiva preoccupazione per il proprio peso corporeo e la forma ideale, spesso irraggiungibile;
  • Fattori ambientali: abusi fisici e sessuali subiti durante la fase dell’infanzia;
  • Fattori genetici e fisiologici: trasmissione familiare, obesità infantile, etc.

Altri fattori scatenanti sono: lo stress, particolari condizioni interpersonali, emozioni negative correlate al cibo.

Le abbuffate hanno, spesso, la funzione di minimizzare i fattori che hanno scatenato l’abbuffata, ma l’angoscia immediatamente conseguente all’atto, non fa altro che perpetrare il disturbo, spingendo il paziente in un loop vizioso, da cui è molto difficile uscire.

Nei pazienti bulimici vi è una maggiore frequenza di sintomatologia depressiva (per es. bassa autostima), di disturbi di personalità e disturbi ansiogeni.

Chi ne soffre tende ad evitare le situazioni sociali, ad avere serie difficoltà di concentrazione sul lavoro, frequenti discussioni con gli altri e complessi problemi di coppia. Tutte situazioni che non fanno altro che pesare notevolmente sull’immagine di sé e sulla rispettiva autostima.

Come si comportano i pazienti bulimici?

Bulimia

Generalmente le persone che soffrono di bulimia si vergognano del loro rapporto con il cibo e tentano di nascondere il più possibile i sintomi. Inoltre, danno molta importanza al proprio peso e alle proprie forme corporee: desiderano intensamente perdere peso, tramite diete o esercizi fisici eccessivi, oppure mediante un uso improprio di lassativi e diuretici o di farmaci anoressizzanti.

Il peso, per chi soffre di tale disturbo, è il fattore principale su cui viene basato il proprio livello di autostima.

Le abbuffate avvengono, il più delle volte, di nascosto e continuano finché l’individuo non si sente sgradevolmente pieno. Chi si abbuffa, generalmente, ingoia grandi quantità di cibo di ogni tipo, dal dolce al salato (es. biscotti, patatine, salumi, caramelle, dolci), sempre in modo frettoloso e senza provare alcun tipo di piacere. Subito dopo ogni abbuffata compare, generalmente, un forte senso di colpa.

Come disse un tempo il grande Totò:

“A volte è difficile fare la scelta giusta, perché o sei roso dai morsi della coscienza o da quelli della fame”.

Bisogna sottolineare come la sequenza abbuffata-vomito si trasforma rapidamente in una patologia di terzo livello, quello che è stato definito vomiting, nella quale la persona vive una sorta di perversione piacevole proprio nella sequenza completa: il piacere di mangiare per vomitare.

Come uscire dalla bulimia

La Psicologia Evoluta interviene sul disturbo a partire dalla valutazione della situazione presente della persona nel suo specifico caso e dei tentativi messi in atto per combatterlo (spesso disfunzionali).  

Ciò che viene valutato è prima di tutto lo stadio di partenza del problema/i, del grado di consapevolezza e motivazione nei diversi livelli e della funzione del “sintomo” all’interno del contesto di vita della persona e delle sue dinamiche.  Lo scopo di questa valutazione è quello di agire riducendo al minimo la sofferenza che si può sperimentare nel cambiare e rendere quindi il processo il più piacevole possibile. Questo, proprio identificando quelli che sono gli aspetti, le leve, che possono produrre più rapidamente e facilmente un cambiamento percepito desiderabile e positivo dalla persona.

Se quindi la prima cosa è quella di interrompere il circolo vizioso compulsivo dell’abbuffata, specie quando vissuta come molto dolorosa, è necessario individuare la sorgente generativa che alimenta necessità della sua presenza all’interno della vita della persona.

L’obiettivo non è solo quello di acquisire un rapporto con il cibo equilibrato ottimale e senza conflitto, ma costruire uno stile di vita dove questo problema non abbia le condizioni per esistere.

Questo è un principio generale della Psicologia Evoluta: per attecchire un disturbo deve trovare terreno fertile. Se il terreno non è fertile e sei immune all’agente infettivo, non vieni “infettato”.

Rendere le persone più permeabili al contagio positivo è senz’altro un fattore protettivo importantissimo, che spesso viene sottovalutato o addirittura ignorato nel processo terapeutico.


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Dott. Emilio Gerboni - Psicologo Psicoterapeuta Pescara
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Iscrizione all'Albo N°3805 Emilia Romagna, laurea in Psicologia dello sviluppo ed educazione anno 2002.

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Ultima modifica: 11/04/2016